SOS : Cane Avvelenato a Decimoputzu

Sabato ore 21 – Decimoputzu.

Stavamo uscendo di casa per andare ad una cena e ho trovato disteso dietro la mia macchina un cane di grossa taglia. Mi sono avvicinata e mi sono subito accorta dalle tracce di vomito per terra e dagli spasmi che il cane aveva che era stato avvelenato. con cautela ho cercato di leggere il nome nella targhetta, ma non aveva alcun nome. Alcune persone si sono avvicinate e mi hanno, candidamente detto, che era li dalle 16. Sono rimasta sconvolta perchè nessuno aveva chiamato i vigili o fatto qualcosa. Ho provato a chiamare i vigili sino alle 23 e nessuno mi ha risposto. Me lo sono caricata in macchina e ho iniziato il giro dei veterinari che potevano essere ancora aperti. Doveva esserci un convegno di veterinari questo weekend….perchè erano tutti fuori sede. :(

Sono arrivata alla clinica di pirri, San Giuseppe, tardissimo e il cane è stato visitato. Lì mi hanno detto che non era microchipato e che avrei dovuto pensare io alle spese. Gli hanno fatto una flebo e la temperatura era bassissima e lo sguardo fisso. Ho risposto a tutte le domande a cui potevo rispondere e mi hanno detto che speravano ce la facesse. Io sapevo che ce l’avrebbe fatta.  Aveva dimostrato di essere forte sino a quel momento….aveva resistito tutte quelle ore….ce l’avrebbe fatta! Ieri ho chiamato e il cane non mangiava ma si stava stabilizzando. Stamattina il cane fa le feste e ha mangiato. Sta bene :)

Io sono felice e stasera vado a prenderlo perchè altrimenti lo mettono in canile. Il cane ha un padrone e io devo trovarlo. Se non riesco in questo, al cane servirà un padrone. Aiutatemi!

p.s. Il cane sembrerebbe un incrocio tra un boxer e un labrador. E’ molto forte e robusto e trattato bene. Peserà sui 30 Kg e ha massimo 2/3 anni. Stasera gli farò una foto e la posterò…grazie a tutti

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Buon compleanno Silvia!

Un compleanno insolito, strano, triste…ma ora non più. Stamattina è uscito il sole e almeno quello allevia ogni dolore. Ho superato la notte e questo è già tanto…

Non ci sono parole per descrivere la delusione e il dolore che ho al petto. Parole buttate al vento ed emozioni mai ascoltate o considerate. Delusa da tutti….solo alcuni amici restano in questo squarcio di vita che vedo oggi. Dicono che le cose più belle sono quelle inaspettate….ma anche quelle più brutte a parer mio.

Grazie a tutti quelli che ieri notte alle 24 in punto mi hanno mandato gli auguri..alcuni erano proprio belli e mi hanno fatto piangere. Mi spiace per chi mi ha cercato di convincere ad uscire, per chi stava per passare a casa per prendermi di peso….scusate ma ieri volevo ancora sentire tutto da sola. Non volevo avere nulla a distrarmi. Oggi, dopo una notte che è stata come un incubo, cerco di rianimarmi. Mi coccolo i miei gatti…che sono la cosa più bella e che non mi abbandona mai e ringrazio per questa bella giornata di sole.

Non sono mai stata sola nel giorno del mio compleanno….ma come tutto il percorso di questo periodo anche questa giornata come la notte di ieri mi ha fatto capire tante cose. Non tutti ci amano allo stesso modo, non tutti si preoccupano per noi in egual misura…

Oggi ascolto la Musica del momento e percepisco ogni mio brivido e sospiro….è come se tutto fosse ampliato nel mio cuore. Avrei voluto che qualcuno mi cantasse con il cuore queste parole…queste bellissime parole….che fanno piangere perchè in pochi ne comprendono forse il valore.

Riporto a voi il testo di questa poesia in musica…come lui sempre sa fare. Grazie Vinicio!

Ovunque Proteggi

Non dormo, ho gli occhi aperti per te.
Guardo fuori e guardo intorno.
Com’è gonfia la strada
di polvere e vento nel viale del ritorno…

Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l’angolo del cielo
dov’è scritto il tuo nome,
è scritto nel ferro
nel cerchio di un anello…

E ancora mi innamora
e mi fa sospirare così.
Adesso e per quando tornerà l’incanto.

E se mi trovi stanco,
e se mi trovi spento,
sei meglio già venuto
e non ho saputo
tenerlo dentro me.

I vecchi già lo sanno il perché,
e anche gli alberghi tristi,
che il troppo è per poco e non basta ancora
ed è una volta sola.

E ancora proteggi la grazia del mio cuore
adesso e per quando tornerà l’incanto.
L’incanto di te…
di te vicino a me.

Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore,
freddo nel sole
e non bastan le parole.

Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato.
Se non ci sono stato,
se non sono tornato.

Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore,
adesso e per quando tornerà il tempo…
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare.

In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell’amore.

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.

Ovunque proteggi, proteggimi nel male.
Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.

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Il lavoro con gli attori di Luchino Visconti

Io faccio delle lunghissime prove a tavolino: dieci, quindici, venti giorni, secondo quanto è necessario, in cui ognuno prende possesso del suo personaggio, del suo testo che viene corretto, ri corretto , tagliato, messo a punto, e lascio a tutti la libertà di lavorare a fondo il personaggio, guidando naturalmente verso la direzione giusta. E questo dà mol-ta fiducia all’attore, cioè lo rende sicuro del proprio personaggio; rivela i complessi se ha dei complessi, rivela le timidezze se ha delle timidezze. Sicché il giorno che si va in palcoscenico e si comincia a fare la mise en pIace, cioè a muoversi, sono già molto si-curi del loro personaggio. Tanto è vero che quando si va in piedi, io levo il suggeritore, addirittura, perché l’attore deve già sapere la parte a memoria. E questo dà loro una gran-de tranquillità. Perciò non ci sono mai urti violenti.

Da parte mia cerco sempre di essere convincente su quello che dico, su quello che suggerisco, ed ho sempre visto che mi se-guono con molta fiducia e tranquillità. l’attore può avere il suo punto di vista; ma sicco-me io ho il mio, poi lo porto sul mio, evidentemente; non è che poi io vada sul suo. lo convinco. Un attore può avere anche dei dubbi su una certa cosa, cioè vale a dire sull’in-terpretazione di un dettaglio, di una scena o della battuta, ma io lo convinco che quella scena nell’insieme, così come io l’ho concepita, deve essere così e non cosà, perché altrimenti sarebbe un controsenso, sarebbe non in armonia con il resto. Non ho mai tro-vato difficoltà in questo sistema; mai, mai. E’ lo stesso sistema che io ho adoperato in Francia, con degli attori che non conoscevo. Si sono adattati. loro dicevano: .. Ma noi non abbiamo l’abitudine, non l’abbiamo mai fatto, non lavoriamo mai a tavolino.

(…)
Questo è un sistema ottocentesco. Lo cambia-mo “. l’ho fatto, per esempio, per “Dommage qu’elle soit une p.”; quindici giorni di tavo-lino con tutti quegli attori, tra cui c’erano anche degli attori consumati. E sono stati lie-tissimi di questo sistema, sistema che li ha portati verso il personaggio con una tran-quillità, direi quasi involontariamente… Questo è il sistema che io ho sempre adoperato, fin dagli inizi e continuo ad adoperare. Quando qualche attore ne ha più bisogno, allora lo convoco in altre ore, lavoro con lui solo, per esempio, per approfondire certe cose. Per esempio, con “Dommage” con Delon e la Schneider…

Ho lavorato molte ore anche con loro due soli, a parte il lavoro in comune con tutti. Facevano due o tre ore, in albergo, o in teatro stesso, quando il teatro era libero. Per esempio, la scena della morte non l’ho mai provata insieme agli altri. La scena di quando lui ammazza la sorella. L’ho provata sempre da solo, anche perché loro non avessero pudori, perché non avevano esperienza oltretutto. Tant’è vero che poi il primo giorno, ho detto: “Be, oggi di fila la fate la morte”. “Davanti a tutti?” “Sì, davanti a tutti”. Davanti agli attori che stanno seduti o in palcoscenico. L’hanno fatta talmente bene che tutti gli attori hanno applaudito. Cioè loro hanno guadagnato con questo una posizione; si sono sentiti tranquilli, da quel momento. E mi sono stati grati anche per questo, perché li avevo completamente montati fuori dagli altri.

(…)
Una volta l’attore affrontava la carriera dell’attore, cioè diventava un attore: e lo diventava quasi sempre attraverso i quadri delle compagnie; era infatti, per lo più, figlio d’arte, e cominciava sin da ragazzino a portare in scena la lettera, ad annunciare: “Il pranzo è pronto”. Si formavano questi attori di una volta a una scuola, con una disciplina e una dedizione totale per il teatro. La nuova generazione di attori, questa disciplina e dedizione totali non ce l’ha, assolutamente; e in un certo senso non ha nemmeno una scuola su cui formarsi. E’ distratta continuamente da altre possibilità di lavoro, il cinema, la televisione, e mille altre cose. Ma non esiste più quella specie di sacerdozio che vigeva una volta. Entravano in arte, mettendosi il vestito da prete, e facevano il prete, talvolta arrivavano sino al papato: ma era la unica loro preoccupazione e l’unica loro finalità.

Oggi molti attori giovani, il teatro lo fanno per farsi vedere, durante qualche periodo, e poi passare ad altre attività. Manca loro quella specie di formazione militare o quasi che ho riscontrato in attori come Ruggeri o come Gandusio, la cui vita è stata semplicemente e solamente dedicata alla loro professione. La base della formazione dell’attore dovrebbe essere questa: non è certamente questione soltanto di disciplina, di essere puntuali alle prove, bensì, nelle ore in cui non si è a teatro, è questione di studiare, approfondire i testi, migliorare le proprie capacità.

L’attore è come un pugilatore che ha come obiettivo di diventar campione del mondo, e perciò si allena sette, otto, dieci ore al giorno. Oggi il giovane attore teatrale viene alle prove, si presenta per la recita, già con una gran fatica, perché davvero gli fa fatica di stare a teatro: ma il resto della giornata che cosa fa mai: non fa niente, dorme, ozia, perde tempo inutilmente. Ora se questo giovane attore dovesse aspirare al campionato del mondo dei pesi medi, è chiaro che non ci arriverebbe mai, arriverebbe caso mai a metà strada, dal momento che non si allena.

A quanti giovani attori io dico: “Fa’ lezioni di dizione, sviluppa i tuoi mezzi vocali, fa’ della ginnastica per allargare i polmoni, fa’ della danza, leggi dei testi”. In verità fingono di ascoltare e di assentire, ma poi non fanno un beato niente. Questa è una deficienza notevolissima. Oggi noi lavoriamo su un materiale umano la cui preparazione è almeno la metà di quella che il materiale umano vecchio offriva; è un materiale, quest’ultimo, andato in ritiro, come avviene per le vecchie automobili. E se noi avessimo potuto, con il metodo di lavoro di oggi lavorare su quel vecchio materiale, avremmo ottenuto risultati di parecchio più alti. Oggi lavoriamo su un tessuto che si smaglia facilmente, e che si stanca troppo presto. Non mettono passione nel mestiere, non prendono iniziative personali.

Naturalmente il vecchio attore portava con sé parecchi difetti: però facilmente correggibili. Su un violino che suona bene, se uno suona con cattivo gusto, lo correggi facilmente, gli dai un gusto migliore voglio dire come esecuzione. Io quando ho avuto dei buoni strumenti, anche se avevano abitudini cattive, le hanno perse immediatamente. Ecco, Benassi: che strumento meraviglioso. Una volta che tu lo ripulivi dei suoi difetti, era uno strumento, un violoncello straordinario. Bastava dirgli: “No, torniamo un momento all’inizio: questo via, questo non si fa, questo si dice chiaro, questo si pulisce, questo si dice…”

Ora simili strumenti io, nei giovani, poche volte ho ritrovato: Gassman è un grandissimo strumento, siamo d’accordo, ma anche lui è pieno di difetti e di cattivo gusto; e però quando uno gli dice: “No, è così, e non cosà, allora si rivela uno strumento meraviglioso. E’ ancora di quella pasta lì, di quel tessuto lì. Altri non direi, è un’altra cosa. Mastroianni, per esempio, ha molte qualità, però Mastroianni è venuto su così, senza base alle spalle. Sì, è certo un attore moderno, ma non so se potrebbe affrontare certi personaggi. Certi personaggi li può affrontare soltanto chi ha alle spalle appunto dieci anni di allenamento in palestra
(…)

© “Sipario” 1965.

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Saint Patrick’s Day : Le leggende di San Patrizio.

Separare realtà e finzione narrando la storia di S. Patrizio può risultare a volte delicato, visto il gran numero di leggende sorte attorno a questa celebre figura.
E spesso son proprio le leggende a parlare da sé.

La cacciata dei serpenti
E’ famosa la leggenda secondo la quale S. Patrizio cacciò in mare tutti i serpenti d’Irlanda. Ciò avvenne nel 441 quando Patrizio trascorse 40 giorni e 40 notti sul monte Croagh Padraig. Al termine del quarantesimo giorno, si dice che il patrono d’Irlanda abbia scagliato un campana su una pendice del monte, scacciando dall’isola tutti i serpenti. Oggi il monte è meta per molti pellegrini soprattutto dal 15 luglio al 15 agosto.Leggenda o verità? Fatto è che oggi non si trova alcuna specie di serpente sul suolo irlandese. In realtà non ce ne sono neanche in Nuova Zelanda, ma non è che S. Patrizio sia arrivato sin lì!
Inoltre lo storico greco-romano Salinus ha registrato in un suo scritto che l’Irlanda era priva di serpenti già buoni due secoli prima che nascesse S. Patrizio… Per tale motivo sembra che la storia dei serpenti sia stata inventata da un monaco di origini italiane che la moglie del normanno John de Curcy portò nella corte del marito a Downpatrick.

La Croce Celtica
S. Patrizio conosceva la lingua e la cultura irlandese grazie al periodo di schiavitù che aveva vissuto su Slemish Mountain. Quando da Roma, l’apostolo tornò in Irlanda per evangelizzare il paese, la sua missione ebbe successo perché egli non cercò mai di far dimenticare ai Celti del luogo le loro credenze, anzi, cercò in ogni modo di combinare la nuova fede cristiana con la loro simbologia. Un esempio, secondo la leggenda, è la Croce Celtica: S. Patrizio aggiunse il sole, potente simbolo celtico, alla croce cristiana, per facilitare l’assimilazione di tale icona.

Il biancospino
Secondo una leggenda, fuggito dalla schiavitù in Irlanda, Patrizio si diresse direttamente in Francia. Avendo deciso di visitare suo zio a Tours, doveva attraversare la Loira e ovviamente non era provvisto dei mezzi necessari per farlo. Trovò, tuttavia, che la sua mantella sarebbe stata un’ottima zattera. Una volta raggiunta la riva opposta, Patrizio appese il suo soprabito a un cespuglio di biancospino ad asciugare. Nonostante fosse pieno inverno, la pianta inizò a fiorire. Da allora il biancospino fiorisce d’inverno.

Il pozzo di S. Patrizio
Sembra che Patrizio fosse custode di una grotta senza fondo, l’ormai celeberrimo Pozzo di San Patrizio, dalla quale dopo aver visto le pene dell’Inferno, si poteva accedere al Purgatorio giungendo persino ad intravedere il Paradiso. La grotta, murata per volere di Alessandro VI nel 1497, era localizzata su un isolotto del Lough Derg, dove poi venne costruita una chiesa, oggi meta di pellegrinaggio penitenziale per molti fedeli.

Miracoli
Nonostante la sua santità, sembra che a Patrizio non mancassero gli scatti d’ira: quando un uomo avido e scontroso gli negò l’uso del suo campo per riposarsi e pascolare i suoi buoi, si narra che Patrizio maledì il campo, profetizzando che non vi sarebbe cresciuto più nulla. Quello stesso giorno il campo fu inondato dal mare e rimase per sempre sabbioso e arido.

Un cieco una volta andò da Patrizio chiedendo che lo curasse. Avvicinandosi inciampò più volte fino a cadere e fu per questo deriso dai compagni di Patrizio. Fu allora che il cieco guarì e lo stolto perse la vista.

I buoi e la sepoltura di S. Patrizio
Prima che morisse, un angelo predisse a Patrizio che due buoi selvaggi avrebbero preceduto il suo carro funebre e avrebbero scelto il suo luogo di sepoltura. I due animali scelsero Downpatrick.

Il trifoglio e la trinità
La leggenda vuole che un giorno San Patrizio illustrò ai celti il concetto della trinità sfogliando i petali di un trifoglio (tre foglie originanti da un unico stelo) che divenne subito simbolo nazionale.

Tratto dal sito: http://www.irlandando.it

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Donne che amano troppo – R. Norwood

“Amare troppo è calpestare, annullare se stesse per dedicarsi a cambiare un uomo “sbagliato” per noi che ci ossessiona, naturalmente senza riuscirci” (R. Norwood)

L’amore, si dice, non è mai troppo.
Eppure, evidentemente, qualche volta si.
Almeno secondo Robin Norwood, psicoterapeuta americana specializzata in terapia della famiglia.

E lo sarebbe tutte le volte in cui un rapporto di coppia è squilibrato per cui i pesi finiscono col ricadere gravosamente su una parte oppure obiettivo primario non è il benessere della coppia ma di uno solo dei due partner.
Il presupposto da cui si parte, credo sia proprio questo: l’equilibrio.

Amare, dunque, non significa soffrire, non significa credere di poter essere la terapeuta del partner giustificandone malumori e cattivo comportamento, non significa credere che il partner possa cambiare.
E meno che mai significa credere di poterlo cambiare.
Sono tutti, questi, casi in cui l’amore è morboso, eccessivo… casi in cui, appunto, si ama troppo.
“Amare troppo” è, tutto sommato, un fenomeno tipicamente femminile che ognuna di noi avrà sperimentato almeno una volta nella vita.
Almeno una volta sarà accaduto di finire vittima della sindrome della “crocerossina” e dell’”io ti salverò”.
Ma, spiega l’autrice, è vero amore?
O, forse, non sarebbe il caso di amarsi di più, diventare più egoiste per “amare meglio”?

La Norwood parte da queste premesse e, attraverso la ricchissima casistica tratta dalla propria esperienza professionale, intraprende un percorso che si dipana in una serie di capitoli in cui vengono messi in luce ed analizzati comportamenti e situazioni sintomatici di “troppo” amore.
Così,(emblematici sono i titoli dei capitoli) molte donne amano (o sono convinte di amare) uomini che non ricambiano l’amore, altre confondono l’aspetto sessuale con l’amore oppure ritengono che attraverso il sacrificio, la sofferenza possano essere amate dal partner.
Perché ciò accade?
Perché spesso il disamore di sé, la sfiducia nel proprio valore e la paura di non essere amata (fenomeni storicamente più femminili che maschili) porta la donna ad attaccarsi morbosamente ad un uomo.

Ma… di quale tipo d’uomo si innamorano le donne che amano “troppo”?
Di solito si tratta di persone piuttosto disturbate nei comportamenti, spesso provenienti da famiglie in cui hanno vissuto un’infanzia molto difficile o con un rapporto conflittuale con i genitori o in cui una di queste figure era totalmente assente.
Sono uomini che rappresentano l’immagine speculare della donna che ama troppo, della donna che ha bisogno di essere al servizio di qualcuno: sono uomini, in poche parole, che hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a tenere a bada il loro comportamento.
Si tratta, a ben vedere, di una sorta di rivisitazione in chiave moderna e/o psicanalitica della fiaba “la Bella e la Bestia”.

L’ansia dell’autrice è quella di mettere in luce sintomi o situazioni “tipo” per aiutare a capire e a venir fuori da comportamenti scambiati per amore vero, amore eroico, e che alla fine finiscono con l’essere autodistruttivi.
Si, perché amando troppo si genera una sorta di dipendenza dal partner e si finisce col rimanere in balìa del suo giudizio, del suo comportamento, del suo affetto e non è raro, almeno secondo l’esperienza della Norwood, sfociare anche in abusi o generare altre dipendenze (soprattutto l’alcoolismo).
Il punto di partenza sulla via della guarigione, allora, è quello della consapevolezza della propria “malattia” e, quindi, il desiderio e la voglia di venirne fuori.
La Norwood assimila i casi di “troppo” amore ad una vera e propria dipendenza da sostanze alcoliche o da stupefacenti per cui propone terapie di gruppo in tutto analoghe a quelle che affrontano gli alcolisti, come le sedute guidate da un terapeuta in cui ognuna narra a cuore aperto la propria esperienza .

Il libro nell’insieme è molto interessante anche se notevolmente appesantito (secondo il mio giudizio) dalla casistica alluvionale.
Condividere o meno il pensiero della Norwood, però, è un’altra cosa: molto dipende dal proprio scetticismo o dalle scuole di pensiero psicanalitico cui si ritiene di aderire.
In ogni caso il libro è di gradevole lettura ed a prescindere dalla sua validità scientifica offre notevoli spunti di riflessione per arrivare a capire che:
“Amare in modo sano è imparare ad accettare ed amare prima di tutto se stesse, per poter costruire un rapporto gratificante e sereno con un uomo “giusto” per noi” (R. Norwood).

Prefazione di Dacia Maraini

Donne che amano troppo

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